Dal 10 marzo in vigore l’Accordo di Integrazione

Tutti gli stranieri extra Ue che vorranno entrare in Italia dovranno sottoscrivere l’Accordo di integrazione tra lo straniero e lo Stato, introdotto dal precedente Governo.
Il “patto” regolamenta, con un complesso sistema a punti e una serie di regole, i diritti e di doveri degli immigrati. Tra gli obblighi, quello di imparare la lingua italiana e le nozioni civiche fondamentali. Le linee di indirizzo sono state sottoscritte il 2 marzo scorso dai ministri Cancellieri e Riccardi.
Dal 10 marzo, dunque, l’immigrato che fa domanda per ottenere il permesso di soggiorno dovrà sottoscrivere contemporaneamente l’accordo con lo Stato, con cui si impegna ad acquisire una conoscenza della lingua italiana parlata e una sufficiente conoscenza dei principi fondamentali della Costituzione e del funzionamento delle istituzioni pubbliche e della vita civile in Italia. L’immigrato dovrà anche garantire l’adempimento dell’obbligo di istruzione dei figli minori e assolvere gli obblighi fiscali e contributivi. All’atto della firma dell’accordo, vengono assegnati allo straniero 16 crediti. Un mese prima della scadenza dell’accordo, che ha durata biennale, lo sportello unico per l’immigrazione ne avvia la verifica: l’accordo sarà adempiuto se lo straniero otterrà un punteggio pari o superiore ai 30 crediti. Se i “punti” saranno pari o inferiori a zero, lo straniero verrà espulso. I crediti vengono decurtati in caso di condanne penali, anche non definitive e di sanzioni pecuniarie di almeno 10 mila euro. Aumentano, invece, con la partecipazione a corsi, il conseguimento di titoli di studio, onorificenze, svolgimento di attività economico-imprenditoriali, scelta di un medico di base, partecipazione ad attività di volontariato, sottoscrizione di affitto o acquisto di una casa.

Per approfondire:
Il modello di accordo
DPR del 14 settembre 2011, n. 179
Crediti riconoscibili
Crediti decurtabili

L’integrazione secondo il Cnel

Le regioni del centro Italia offrono agli stranieri le migliori condizioni di inserimento socio-occupazionale e il più alto indice potenziale di integrazione. In cima alla classifica il Friuli Venezia Giulia (con un valore dell’indice di 70,6 su scala 1 a 100), la Toscana (66,0) e l’Umbria (65,7). Seguono il Veneto (63,3), l’Emilia Romagna (63,1) e il Trentino Alto Adige
(62,1). In testa alle regioni a medio potenziale le Marche (59,9), seguite da Liguria (60,7), Lombardia (56,6), Piemonte (56,4) e Valle d’Aosta (52,2). Il Lazio, con un indice di 49,2 si colloca al 14° posto nella graduatoria nazionale, dopo l’Abruzzo (51,6) e incorniciato tra le due Isole, la Sicilia (49,8) e la Sardegna (46,0). Agli ultimi 5 posti della graduatoria le rimanenti regioni del Sud Italia.
Lo rileva l’VIII Rapporto del Cnel sugli ”Indici di integrazione degli immigrati in Italia”, presentato oggi a Villa Lubin, che misura il grado di attrattività che province, regioni e grandi aree nazionali esercitano sulla popolazione straniera in Italia e il livello di inserimento sociale e occupazionale degli immigrati. Il Rapporto si serve di 15 indicatori statistici, suddivisi in 3 gruppi tematici di 5 indicatori ciascuno. Ogni gruppo corrisponde a un indice sintetico che attraverso i suoi 5 indicatori di base, misura
l’attrattivita’ dei territori, l’inserimento sociale e occupazionale degli immigrati.
In sintesi, per quanto riguarda l’indice di attrattività territoriale, che misura la capacita’ di una regione di porsi come ”polo di attrazione”, al vertice figurano la Lombardia (86,2), il Veneto (79,5), l’Emilia Romagna (79), il Lazio (73,9), mentre in coda sono Campania (17,3), Calabria, (15,4), Sardegna (10,6) e Basilicata (6,5). Quanto alle
province, l’indice massimo e’ di Prato (84,4), seguono Brescia (71,2) e Milano (70,9). Gli indicatori che costruiscono questo indice sono: l’incidenza (% degli stranieri sulla popolazione residente), la densita’ (stranieri per kmq), ricettivita’ migratoria (stranieri che, nel corso dell’anno, hanno spostato la propria residenza anagrafica da un Comune esterno a uno interno al territorio di riferimento), stabilità (% di minori tra la popolazione straniera), appartenenza familiare (% di famiglie residenti con almeno un componente straniero).
Quanto all’Indice di inserimento sociale, che misura il livello di accesso degli immigrati ad alcuni beni e servizi fondamentali di welfare, le migliori condizioni si registrano in Friuli Venezia Giulia (71,6), Umbria (70,5), Marche (69,0) e Trentino Alto Adige (67,4). La situazione tra le province conferma che l’inserimento sociale degli stranieri trova
condizioni migliori in contesti socio-urbanistici e amministrativi di ridotta estensione, come Trieste (69,9), Vicenza (69,8). Determinano questo indice indicatori di accessibilita’ al mercato immobiliare (% dei costi d’affitto medi annui nominali di una casa di 50 mq in zona periferica sul reddito medio annuo pro capite stimato della popolazione straniera
non comunitaria), l’istruzione liceale (% di iscritti al liceo), tenuta del soggiorno stabile (% di permessi di soggiorno in vigore dopo un anno), naturalizzazione (numero medio di naturalizzati), capacita’ di iniziativa familiare (% di famiglie il cui capofamiglia è straniero sul totale delle famiglie con almeno un componente straniero).